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mercoledì 21 agosto 2013

Mio padre ogni 21 del mese, nell’alba che annuncia il mattino, bussa alla mia anima.

Mio padre ogni 21 del mese, nell'alba che annuncia il mattino, bussa alla mia anima. Un giorno nel nostro giardino in Calabria coltivava la Feijoa

 

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

 

Mi sveglia una voce. Un'eco. Il silenzio si spezza. Ogni 21 del mese. Alle quattro del mattino. Sento bussare alla mia anima e le voci si fanno malinconia. Quante parole non dette. Quante parole avrei voluto ascoltare. Ho questo appuntamento fedele che mi recita pezzi di vita nella trasparenza dei ricordi che camminano tra i miei occhi e il mio cuore.

A mio padre, una nuova lettera. O, forse, soltanto un segno per capire, per tentare di capire, per raccogliere i passi del tempo.

Da mesi non ti scrivevo, anche se tu mi rispondi puntualmente senza che io spedisca, o che scriva, un biglietto, una nota, un verso. Tu ci sei. Mi offri ancora la tua pazienza, il tuo coraggio, la tua dignità, la tua lealtà. Si dice spesso: ma quanti mesi sono andati via? Sono andati via giorni, settimane, mesi e tutto, nella nostra grande casa di paese, è rimasto come tu avevi lasciato. Le tue carte, le tue cartelle, i tuoi appunti sono lì, tra le diverse scrivanie e la tua grafia è sempre decisa, autorevole, forte. Ha cominciato a disegnare curve nelle ultime ore, quando, a  stento, reggevi una matita mentre il tuo sguardo navigava nel vuoto.

Ti ho sempre presente. Nelle notti, nelle albe, nelle finzioni che mi inventavo mentre tu mi chiedevi o mi facevi capire che volevi una goccia di caffè. Ho vissuto quel passaggio, eppure quando i tuoi occhi si sono spenti io non c'ero. Potrò mai perdonarmi questa assenza? Non potrò. Non dovrò perdonarmela. Sarei dovuto essere lì, in quelle ore antelucane, ma non pensavo che la tua partenza sarebbe stata repentina. Non pensavo che saresti andato via senza salutarmi. Eppure ci eravamo lasciati soltanto da qualche ora. Ero partito per ritornare in giornata.

Sarebbe bastata una manciata di ore e avrei stretto le tue mani nelle mie. Avrei appoggiato la mia fronte alla tua, come spesso mi chiedevi.

"Appoggia forte la tua testa alla mia. Ti voglio trasmettere i mie pensieri".

Queste erano le tue parole anche se a stento riuscivi a pronunciarle. Ma già prima, qualche giorno prima, quando le tue braccia avevano ancora un po' di vigore, eravamo io e Micol, nel salutarti e nel dirti la solita bugia: "Ci vediamo tra poco", tu hai congiunto la mia testa con quella di Micol e le hai trascinate sul tuo volto, sulla tua fronte ed hai baciato più volte Micol sulla fronte.

Non pensava, non pensavo che sarebbe stato un saluto per sempre. Invece tu lo sapevi, lo sentivi, lo vivevi. Ed io allora avrei dovuto afferrare, come un volo d'aquila, quel tuo messaggio. Non l'ho capito. Non ho capito che era cominciata la tua ultima settimana.

Ti voglio bene, papà. E più il tempo si dilata, o si sfalda, e sempre di più la tua mancanza scava vuoti. Lacera presenze e trasforma la tua assenza in una sabbia mobile. Non credo alla rassegnazione. Non fa parte della mia storia. Della nostra storia. Non ci siamo mai rassegnati e non ci siamo mai fermati.

La solitudine nella nostra casa, ora, ha il volto di Maria: un tempo era una roccia, austera, e oggi vive di fragilità, perché la tua partenza ha lasciato l'incolmabile nell'indefinibile. Hai lasciato fili sospesi tra l'attesa e una malinconia che occupa ogni angolo della casa.

Vorrei tornare più spesso. La tua Maria ha smarrito il sorriso ed è diventata sempre più stanca. Il dolore non è una piega del vento. È un vetro appuntito che penetra la memoria.

Il giardino dalle rose bianche e dai limoni vive di ombre e di foglie cadute. Le tartarughe antiche sono invecchiate nello spazio di Ronsard e la palma, quella rimasta, è uno sbatter di vento nel caldo della nostra Calabria. Vorrei ritornare spesso ma vorrei non trovare la tua assenza e se non ritorno è perché so che non ci sei e vivi nello sguardo di Maria, nella sua solitudine, nel suo silenzio e nel suo volerti chiedere non so cosa. E Maria conta i ricordi e aspetta.

Comincia  a farsi lungo il tempo. Ma non sarà mai abbastanza tra te e me. Abbiamo appeso tanti viaggi della memoria alle àncore del vento. Io non so coltivare la pazienza come tu hai fatto per una vita. Tu hai sospeso ogni parola che non andava detta e ti sei affidato al silenzio. Tu avevi il tuo mondo in quelle stanze dove ogni oggetto ti rendeva dialogante. Tu, che ascoltavi la solitudine, vivevi da combattente, distaccato da una realtà, dicevi, che non ti poteva appartenere.

Sei stato, così ti immagino, uno degli ultimi "gattopardi", che preferiva contare le stelle e raccogliere vetri infranti per tentare di ricucire mosaici. Non amavi i conflitti e i tuoi occhi, in ogni mio viaggio, avevano sempre una stilla di rugiada. Non ho mai sentito da te un lamento e neppure mascherare un oblio. Soltanto negli ultimi giorni hai scontato il tuo calvario.

Vorrei rincontrarti per pochi attimi e capire dal tuo sguardo tutte le parole che avresti voluto dirmi ed io non sono riuscito ad afferrare.

Alla fine di ogni capitolo si dice sempre così. Ma cambiano le versioni, forse il finale o forse è questione di emozione, di sensazione, di percezione. Ma saperti che non ci sei mi sembra impensabile. Sai, ci sono volte che assumo atteggiamenti che portavi tu. Involontariamente. Ed è come se tu vivessi in me. Qualcuno mi direbbe che ancora devo elaborare il lutto. Che grande cazzata inventata per fottere l'altro con altre cazzate. Non ho mai creduto a questa elaborazione del lutto. Non mi appartengono queste scientifiche banalità.

Noi siamo fatti di un'altra razza. Siamo di una razza che si è sempre corazzata l'anima, il cuore, il petto. Non ho bisogno di stendermi su un lettino. Me ne fotto di queste chiacchiere. Vedi, io e te dialoghiamo perché le nostre solitudini non sono abbandono ma scelta. Lo capisco giorno dopo giorno.

"Non immischiarti mai con chi non conosce la gratitudine, con chi ti sfida con la slealtà, con chi ti usa. Non meravigliarti di nulla e non perdere il tuo tempo con chi vive di mediocrità. Devi essere sempre nobile, leale, vivere con dignità e saper dire no a chi ti venderebbe l'anima per il primo canto del gallo. Non avere mai rimorsi e cammina sempre guardando negli occhi l'altro e non temere perché la forza del guerriero sta nella sua volontà e nel suo coraggio, ma cerca di essere temerario nella pazienza e ascolta prima di lasciare segni di parole".

Non dimentico questo tuo penetrarmi l'anima.

Cerco di seguire questo tracciato e di non smettere mai di vivere con i tuoi insegnamenti. Ma passa il tempo e il tempo passa anche se ogni 21 del mese mi bussi alla porta del cuore e mi svegli, con un volo di farfalla, alle quattro del mattino.

Ho ormai deciso che la notte del 20 di ogni mese non andrò più a letto. Ti aspetterò nel dormiveglia, tra i miei libri e i miei appunti, seduto in poltrona. Voglio sorprendere il tuo passaggio nell'alba che si annuncia.

 

P.S. L'ultima volta che sono stato nella grande casa di paese, nella Calabria dalle radici arabe e greche, ho raccolto, dal nostro giardino, i semi di girasole.

I limoni caduti per terra avevano un giallo scuro e le rose chiedevano di essere colte per te.

Ho visto che l'albero di Feijoa aveva dei rametti in fiore. Mi raccontasti la storia di questo albero. Proveniva dal Sud America. Dalla zona subtropicale. Lo trattavi con tenerezza. È una pianta ricca di sole: mi dicesti un giorno. E poi: "Hai notato che ho piantato altri piccoli alberelli di Feijoa nelle aiuole dove c'è sempre il sole? Devi saperla accarezzare perché la sua dolcezza resiste se sai coltivarla, custodirla nei passaggi delle stagioni, accudirla con l'acqua necessaria. Ha la bellezza dei fiori che si specchiano nel verde, nell'esplosione del bianco e nei filamenti rossastri. È un incanto".

Ho visto anche le aiole, laterali alla scala, vuote. Non ci sono più i peperoncini, neppure uno è rimasto.

Eppure l'altro anno si intrecciavano al solo passeggiare lungo il viale… e il Mediterraneo era nelle voci delle sfumature.

 

 

 

 




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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 347 69 11 862

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