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lunedì 19 agosto 2013

Gabriele ed Eleonora nella notte del fuoco tra le strade di Scanno con l’odore di terra e una goccia di violetta di Parma di Pierfranco Bruni

Gabriele ed Eleonora nella notte del fuoco tra le strade di Scanno con l'odore di terra e una goccia di violetta di Parma
 
 
di Pierfranco Bruni
 
 
 
 
Scanno. Pomeriggio di settembre. Il sole è nel meriggio che non ha tramonti. Il lago, lungo la distanza che annuncia il distacco o l'avvicinarsi alle case, ha la luce dei cigni e delle anitre. È tutto un gioco. Di acqua, di parole, di silenzi, di attese.
Gabriele nella recita il suo canto: "Novilunio di settembre!/Nell'aria lontana/il viso della creatura/celeste che ha nome/Luna…".
Il tempo si racconta ma è fantasia nelle finzioni che ci aiutano a vivere e ci catturano oltre la morte del giorno. Eleonora ha slegato i capelli e dal suo balcone osserva le lontananze. Gabriele ed Eleonora sono il fuoco. Ma il loro amore ha superato il piacere, ha attraversato il trionfo della morte ed è diventato il fuoco. Si guardano e i loro sguardi custodisco notturni.
Gabriele non ha mai dimenticato le sue terre. Quel grumo di labirinti nella roccia e i colori dei confetti di Sulmona. Si è incontrato con Ignazio e insieme hanno cercato una uscita di sicurezza. Ignazio ha sempre recitato la vita di Severina e Gabriele i tanti amori vissuti e traditi, ma è sempre lei che ha scavato vortici nella sua carne: Eleonora.
Scanno è un ritrovo ma anche il silenzio dopo Fiume. È il canto delle donne che abitano vestiti antichi tra le strade filigranate di oro.
Ho nascosto tra le vie di Scanno desideri ed ho cercato destini con la mia donna dai riccioli biondi: ma questa è un'altra storia di un nuovo capito di un nuovo libro.
Gabriele ha interrotto il mio pensare ed ha sconfitto le mie malinconie e mi ha lasciato un testamento: "Bisogna fare della propria vita come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita di un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità è tutta qui".
Nella sua eleganza non gesti consueti e i pensieri si mascherano con le parole.
Eleonora, austera, nel suo trucco di bianca vestita, accolse con il sorriso Gabriele: "Mio amante, tu sai che la vita mia arde. E gelosa mi rende ogni volta che il tuo sguardo si assenta e le tue mani si poggiano sul mento. Ed è come se il tuo pensare fosse oltre la mia presenza. Mi hai portato qui, in queste ore di sole senza tramonto, per raccogliere le viole blu e recitami una pioggia che va oltre il pineto. Ti ho aspettato per  ascoltare la tua voce. Non dedicami i silenzi. Custodiscimi tra le tue mani. Io non sono la figlia di Iorio ma vivo la greca tragedia tra gli scogli delle attese".
Gabriele, muto nel suo sostare, tra le non pronunciate parole, osservò i suoi occhi che avevano l'incastonatura  delle perle: "Mia adorata Eleonora, io vivo di te. Per te custodisco tutti i silenzi nell'amore possibile che ci fa ardere ma non ci fa bruciare. Questo nostro fuoco è fiamma di secoli. Le epoche ricorderanno il nostro amore perché io e te siamo il canto della speranza. Non dolerti delle mie assenze. Ti ho portato tra le mie terre per offrirti il sapore delle radici. Ti ho portato tra le mie acque per custodirti come Shadi ha custodito la sua Asmà. E resti preziosa, come la luna, con il disincanto del sogno, perché oltre il sogno c'è l'unica nostra e sola verità. Amami com'io t'amo".
Si dissero queste parole e nel meriggio che non ha tramonti, tra le vie di Scanno, raccolsero il vento. Il vento tra i capelli. Eleonora smise il suo trucco di bianco vestita e indossò un chitone azzurro. Si fermò i capelli con una fibula. Ed era una dea nella recita del teatro ed era donna e attrice per una sera, unica e inconsueta, soltanto davanti al pubblico che era il suo Gabriele. A scena aperta recitò i versi delle Laudi e lo scenario era un intreccio.
Venezia e Scanno. Sembrava che uscisse dal romanzo veneziano e gli unici occhi erano quelli di Gabriele. Il suo Gabriele.
Erano gli anni del loro amore. Gabriele indossava una giacca di seta blu notte e una camicia bianca. Aveva una rosa rossa tra le mani. Si guardarono con l'attrazione del sublime. "Fai del nostro amore l'estetica dell'amore" disse Gabriele. Ed Eleonora pronunciò: "Ma il nostro amore conosce soltanto il sublime e tu di me porterai segni anche quando l'infinito traccerà le ombre. Mi porterai con te e avrai accanto a te sempre il mio viso, il mio volto, il mio sorriso, il mio dolore perché io di te ho fatto la mia opera d'arte".
Gabriele non parlò subito, osservò il suo gesticolare, il suo dire, il suo tremolio delle mani che sembravano farfalle. "Farfalle d'oro come le tue mani". Lanciò la rosa tra le sue mani ed Eleonora la raccolse e la dipinse tra i capelli.
Si amarono profondamente. Quella sera a Scanno. Giungeva la sera dopo il meriggio lento, si amarono come due amanti segreti e nel mistero nulla si raccontarono ma i loro corpi furono una esultanza di emozioni, le loro bocche nel fuoco dei baci. 
È   allora che Gabriele disse: "Amami per l'eterno. Perché il nostro amore conosce l'eterno. Noi siamo eredi della luna e viviamo l'alchimia del sogno che diventa verità o sonno. Io addormentarmi in te e tu dentro di me. Come il sonno degli dei. Ma se eterno questo amore non è non è amore. Sei bella. Ed hai un passo che gemmai potrò scordare, perché l'eterno non potrà mai decadere dal suo mantello di madrigale. Noi siamo impeto e non raccogliamo la pazienza perché in noi è la passione che apre la vita. Tu non sei solo piacere, mai stata innocenza. Ti ripeto. Sei il fuoco e di te farò il fuoco del mio esistere".
A scanno poi cominciarono a brillare le stelle. E le stelle si intrecciavano con il novilunio e Gabriele recitò ancora: "Non ho più nome né sorte/tra gli uomini; ma il mio nome/è Meriggio. In tutto io vivo/tacito come la morte.//E la mia vita è divina".
Dal meriggio al tramonto. Dal tramonto alla notte. E la notte riprese in un volo di rondini l'alba nuova, che giunse con una leggera pioggia.
"Piove". Disse Eleonora.
E Gabriele: "Piove. Questa pioggia leggera che tocca le strade e scivola nella nostra anima. È pioggia di settembre. Piove. Pioverà sui nostri corpi e bagnerà i tuoi capelli, mia amata. Io con i miei baci asciugherò l'acqua che scorre sul tuo viso e ti tocca le labbra ed io con la mia bocca berrò la pioggia sulle tue labbra".
Eleonora: "Mio amato. Odore di terra nel settembre che depone l'estate. Noi siamo l'estate che si riposa ma io ancora voglio altre notti come questa notte passata. Ti coprirò di baci e sul tuo corpo l'acqua sarà miele. Lascia che possa bere il miele dal tuo corpo. E tu non mi dimenticherai perché io per te sono il destino. Avrai altre donne ed io non ci sarò ma tu non riuscirai a cancellare i miei occhi dal tuo sguardo".
Ancora la pioggia leggera. Come un sussulto.
Nella stanza l'odore di terra si confondeva con la violetta di Parma.
Gabriele esplose: "Quando tu non ci sarai io non ci sarò. Quando io non ci sarò tu non ci sarai. Mia diletta,  porti con te il canto greco e le danze sciamane. Sei una donna inconfondibile. E sei il mio tempo nelle parole oltre le parole perché sei la mia autentica unicità".
Eleonora non rimase sorpresa. Conosceva l'istrione e il magico in Gabriele. Si avvicinò al suo Gabriele e carezzò le sue mani. Prese le sue mani e le baciò.
Ancora Gabriele: "Siamo devozione. Tu mia devota. Io devoto a te per tutte le lune che cammineranno nel tempo della nostra eternità. Saremo devozione perché è immortale l'amore nostro".
Ascolta disse poi Gabriele: "E piove su i nostri volti/silvani,/piove su le nostre mani/ignude,/su i nostri vestimenti/leggeri,/su i freschi pensieri/che l'anima schiude/novella,/su la favola bella/che ieri/m'illuse, che oggi t'illude,/o Ermione".
Si ascoltarono ascoltando il silenzio.
La pioggia leggera batteva punteggiando il giorno. Scanno era nell'alba nuova. Gabriele ed Eleonora intrecciarono le loro pause e negli spazi dell'attesa restarono a sfogliare le ore. Le ore sfogliate cadevano come foglie nel boschetto.
Restarono assopiti. Carezzando la pioggia o forse il silenzio. O forse cercandosi oltre le parole. Si cercarono vivendosi accanto. L'uno accanto all'altra. E Scanno era vibrante di chiarore. Mattutino. Dopo il meriggio del giorno prima. Dopo la notte. Il fuoco e ardendo ma mai bruciandosi. Lo spazio della pausa.
Eleonora portava i capelli lunghi tra segni di boccoli e una lunga sciarpa bianca che faceva da contorno ai suoi capelli. Gabriele aveva tra le mani una pochette azzurra.  Gocce di violetta di Parma sui vestiti leggeri.
 

E ora, caro lettore, come la mettiamo? Tutto è vero ciò che ho raccontato? Ma per uno scrittore può esistere la verità o la realtà? C'è sempre un gioco di finzioni intrecciato alla fantasia. Nulla è vero e nulla è certo. Tranne i versi di D'Annunzio che chi conosce sa. Ovvero sono riconoscibilissimi. Il resto è una pazzia. Ma raccontare è pazzia. Ed io voglio cercare di raccontare restando lungo le strade della pazzia. Gabriele ha abitato realmente Scanno. Ma la storia che si racconta è la finzione nell'intreccio delle parole. Scanno è realtà. La presenza di Gabriele  a Scanno è realtà. Ma l'immensità dell'amore tra Eleonora e Gabriele è incastro di fantasie nonostante il loro vero amore. Se poi non credi alla fantasia fai in modo, caro lettore, di impossessarti di questo gioco giocando e sorridendo. Dimenticavo. Ignazio è Ignazio Silone. Vedi, come si gioca? Forse  è reale la brevissima annotazione riferita alla donna dei riccioli biondi, ma è semplicemente uno sbandamento dell'autore di questa recita. Se si vogliono altre spiegazioni. Telefonate al numero che appare  sul desplaj. A dopo. Anzi, a presto.


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